Oh Dio Mio!

Oh Dio Mio!

Oh Dio MDSC_9888io! il surreale ed intelligente testo della drammaturga israeliana Anat Gov, andrà in scena al Teatro Vitaliano Brancati di Catania, giovedì 26 gennaio alle 21.00 con repliche fino al 12 febbraio. Interpretato da Pippo PattavinaDebora Bernardi  e Giovanna Mangiù ; regia di Ezio Donato, scene Susanna Messina, costumi Sorelle Rinaldi, musiche Carlo Minuta.

Una giovane e affermata psicologa riceve nel suo moderno e accogliente studio un nuovo paziente: un anziano signore che ha prenotato la visita per telefono, presentandosi in modo alquanto misterioso, tanto da non volere all’inizio neanche rivelare il suo nome.

Ella, questo è il nome della psicologa, nonostante il successo professionale, vive una vita familiare dolorosa: è stata abbandonata dal marito dal quale ha avuto un figlio autistico, adesso adolescente, con gravi difficoltà di comunicazione, tanto da non essere mai riuscito a pronunciare neanche la parola “mamma”. Il ragazzo ha un’unica passione: suona il violoncello. Solo con la sua musica, concentrandosi, riesce a esprimere il suo stato d’animo.

Quando il nuovo paziente si presenta nello studio, che è anche la casa dove vive Ella con il figlio, la giovane psicologa ha appena rassicurato il ragazzo che, finita la terapia con quell’anziano signore, si dedicherà totalmente a lui. Il misterioso paziente rivela subito che ha un bisogno urgente di essere preso in terapia, qualunque sia il costo; ma, come ha già fatto al telefono, esita a dare informazioni su di sé.

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Al contrario e con grande preoccupazione della psicologa, mostra di conoscere tutto della sua terapeuta, dei suoi successi professionali, della sua penosa condizione familiare, della difficoltà di relazione con il giovane figlio e del suo atteggiamento femminista, laico e positivo che non ha bisogno della fede per continuare ad avere speranza negli uomini e nel futuro. Anzi, sembra che proprio la situazione personale della psicologa abbia spinto l’anziano paziente, al culmine di un’ennesima e sconvolgente crisi depressiva, a rivolgersi a lei.

Ella da un lato vorrebbe prenderlo in cura perché s’accorge che l’angosciante situazione psicologica di questo suo nuovo paziente è ormai giunta al punto di non ritorno, ma dall’altro, la sua misteriosa identità tanto da farlo sembrare un impostore, e soprattutto quella ostentata e perciò pericolosa mania di onnipotenza che gli fa dichiarare di essere addirittura Dio, la preoccupa fino al punto di pensare di non essere in grado, o peggio di finire per essere la vittima di una sindrome maniacodepressiva pericolosissima per il paziente e per lei stessa. Ma il nuovo e inquietante paziente è anche un artista, un musicista, un creatore di effetti speciali e quindi in grado di guardare se stesso con ironia.

Così, fra l’incredulità angosciata, ma anche stizzita, della psicoanalista e le pressanti tragicomiche richieste d’aiuto in un’unica seduta di un surreale paziente che dichiara di essere Dio e di soffrire perciò del millenario mancato riconoscimento affettivo da parte delle sue creature, la seduta terapeutica sembra non potersi pienamente realizzare perché il paziente non si abbandona realmente e la psicanalista non sa veramente come comportarsi in un caso così difficile e forse addirittura impossibile, fino a quando… i due protagonisti accettano la loro vera identità e la terapia diventa una catarsi per entrambi.

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